ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il dialogo come metodo

30 marzo 2026
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ABSTRACT

Carissimi.

Molti dei presenti erano qui anche l’otto febbraio 2025.

Non so, quel giorno si sono immaginati questo finale. Io non ho mai pensato al risultato ma solo a non avere rimpianti. Specie dopo che questa estate il mio amico Flavio mi ha detto “non ti preoccupare, gli italiani non votano contro la loro Costituzione, perché la amano profondamente”, Ecco, non immaginavo quanto quelle parole si sarebbero rivelate vere.

E poi ciclicamente mi sono tornate in mente le parole di De Gregori: “E poi la gente (perché è la gente che fa la storia), quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare: quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”.

La nostra Carta è stata ancora una volta riconosciuta come casa comune, e questo per me è un segnale straordinariamente importante: dice molto della fiducia che i cittadini continuano a riporre nei valori fondativi della Repubblica.

Oggi, nel rassegnare le mie dimissioni, comunicate nell’unico momento nel quale non avrebbero potuto assumere in significato strumentale (ossia a urne chiuse e prima degli esiti) il mio primo pensiero è per tutte le persone che hanno reso possibile questo risultato.

Devo ringraziare moltissime persone: Rocco e tutta la Giunta, gli amici del CDC, le GES e i colleghi che hanno parlato in pubblico in ogni parte d’Italia, la nostra segreteria e tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per realizzare tutte le iniziative. E il comitato, da Antonio al più giovane dei partecipanti, al centro come nelle singole articolazioni. Enrico Grosso, che ci ha illuminati con il Suo sapere e le Sua energia. Carlo e Lucia, il nostro ufficio stampa, Andrea e Dino, i nostri “comunicatori”, che ci hanno sostenuti con intuito e professionalità straordinari. Gli avvocati che hanno scelto di dire NO, fondamentali ed efficacissimi; i tantissimi accademici, personaggi della cultura e dello spettacolo e i cittadini comuni. Tutti.

Nulla di ciò che è accaduto sarebbe stato possibile senza questo impegno intelligente, corale, generoso, silenzioso. Ognuno ha dato qualcosa, e quel qualcosa ha fatto la differenza.

 

In questi mesi i cittadini hanno scelto di ascoltarci, di venire ai nostri incontri, di fare domande, talvolta difficili, sempre sincere. Abbiamo finalmente provato a comunicare con la società civile senza timori, aprendo porte che per troppo tempo erano rimaste socchiuse. Non possiamo permetterci di perdere questa occasione: il dialogo con il Paese non è un episodio, deve diventare un metodo. Per noi e per chi verrà dopo di noi.

Non certo per assumere un ruolo politico che in nessun modo ci compete e che rifuggiamo – anche se da molti ci viene strumentalmente attribuito – ma per garantire la credibilità della giustizia, fare in modo che sia metabolizzata dalla società in termini corretti, specie quando altri operano per ottenere esattamente l’effetto opposto.

Noi non siamo e non saremo mai un partito – io non sarei qui, in caso contrario – e non lo sarà il comitato, che ha raggiunto il suo scopo e che, pertanto, cesserà la propria attività, anche se il messaggio che ha portato resterà tra le eredità di questi giorni, nella cultura e nella società italiana.

ANM non intende “dare le carte”, come qualcuno ingiustamente ha scritto, perché le scelte toccano alla politica. Noi conosciamo bene l’importanza della separazione dei poteri. Se la politica avrà il garbo di chiederci un’opinione sulle riforme che servono al Paese, saremo lieti di dare il nostro contributo, insieme agli avvocati. Più che lieti, se parleremo dei problemi veri. Quelli che già un anno fa abbiamo segnalato al governo. Noi ci siamo.

 

Il momento che viviamo è certamente carico di soddisfazione, ma deve essere anche un momento di lucidità.

Mi vengono in mente le parole di Merlino, in Excalibur, dopo che Artù ha sconfitto i suoi avversari assicurando la pace:

“Ora pensate bene a questo momento, assaporate questa grande gioia, ricordatela per sempre perché adesso siete uniti… ricordate bene dunque questa notte, questa grande vittoria così che negli anni a venire possiate dire io li quella notte c’ero… Perché la maledizione degli uomini è che essi dimenticano”.

 

E allora, non dobbiamo dimenticare che questo risultato positivo è conseguenza del fatto che siamo stati uniti, perché le differenze – che pure esistono e sono legittime, direi inevitabili – sono diventate una forza, non un elemento di conflitto. Questa unità non è solo una condizione di efficacia: è un messaggio.

È il messaggio più importante che possiamo lasciare ai giovani magistrati che ci guardano, che si affacciano ora alla professione e che hanno bisogno di vedere una magistratura capace di discutere, di dividersi anche, ma di restare comunità.

Non per sé, ma per il paese; non contro qualcuno, ma per tutti.

Se venisse meno questo, verrebbe meno molto più di una vittoria referendaria.

 

In questi mesi non sono mancate critiche, anche aspre. Alcune provenienti da colleghi che hanno sostenuto il Sì e che hanno rimproverato all’ANM una presunta “politicità” delle sue posizioni.

Lo dico con rispetto ma con chiarezza: è una critica contraddittoria, quando proviene da chi ha assunto personalmente posizioni politiche esplicite. L’ANM ha fatto ciò che doveva fare: difendere principi costituzionali, senza trasformarsi in un soggetto politico, ma senza nemmeno rinunciare alla propria responsabilità pubblica.

 

La vittoria non è un’assoluzione, è una delega condizionata. Il voto referendario non ha certificato che tutto funziona bene nella magistratura. Ha detto una cosa diversa e più sottile: che i cittadini hanno ritenuto preferibile difendere l’impianto costituzionale esistente piuttosto che modificarlo in quel modo e in quel momento. Questo significa che il corpo elettorale ha confermato la fiducia nella funzione, non necessariamente in tutte le sue modalità di esercizio.

Nella scena finale di Salvate il soldato Ryan, il Capitano Miller, morendo, sussurra al soldato che ha salvato: “James… earn it… earn this”. Meritalo, merita questo.

Ecco: i cittadini italiani, con il loro voto, ci hanno dato una straordinaria apertura di credito. Sta a noi meritarla, riconquistando credibilità, fiducia, trasparenza, professionalità, e dimostrando di saperci autoregolamentare indipendentemente dalle stagioni politiche. Se non lo faremo, avremo sprecato un’occasione storica. Non lo avremo meritato.

È una delega forte, ma non in bianco. Proprio per questo, la vittoria genera una responsabilità ulteriore. Abbiamo chiesto fiducia, ci è stata concessa; ora dimostriamo di meritarla. Se dopo il voto nulla cambia, il messaggio che passa è devastante: “Avevamo ragione, non dobbiamo correggere nulla”.

Ed è esattamente il messaggio che potrà alimentare la sfiducia.

 

Le fasi di vittoria sono le uniche in cui il cambiamento è possibile. La storia delle istituzioni insegna una regola semplice: le riforme credibili si fanno quando non sono imposte, ma scelte. Subito dopo un simile risultato la magistratura non è sulla difensiva; non subisce una sconfitta da rimuovere; non è costretta a reagire per paura.

È quindi il solo momento in cui il rinnovamento può apparire autonomo, non eterodiretto; responsabile, non opportunistico; credibile, non strumentale.

Se il cambiamento viene rinviato, arriverà comunque – ma per imposizione esterna, e in un clima molto più duro. E allora sarà letto come una resa, non come una scelta.

La credibilità oggi non è data dal ruolo, ma dal comportamento.

C’è un dato irreversibile: la magistratura non gode più di una fiducia “automatica” fondata solo sulla funzione costituzionale. La credibilità oggi si misura sulla trasparenza, sulla sobrietà, sulla coerenza, sulla capacità di autocritica; sulla qualità quotidiana del lavoro.

Il risultato del referendum ha riaperto uno spazio di ascolto. Ma quello spazio si richiude rapidamente se non viene riempito da segnali concreti: rinnovamento delle pratiche; rigore etico visibile; distanza chiara da opacità, corporativismi, personalismi.

In altre parole: la vittoria ha riacceso la luce, ma non ha ripulito la stanza. Questo spetta solo alla magistratura. Perché i tantissimi giovani magistrati guardano ora (e giudicheranno): se l’unità è solo strumentale o reale; se la vittoria serve a conservare posizioni o a migliorare il sistema; se l’autonomia è vissuta come privilegio o come responsabilità; se il dopo-referendum è fatto di autoreferenzialità, rivendicazioni, conflitti, chiusure difensive il messaggio che passa è che nulla cambia davvero.

Se, invece, si tratterà di un rinnovamento serio, anche faticoso, allora si trasmette un’idea alta della funzione: l’indipendenza non è un diritto acquisito, è una responsabilità quotidiana.

 

Consentitemi infine alcune considerazioni “private”.

Sono stato anche oggetto di attacchi personali: in questo anno avrei “rubato lo stipendio”. Rispondo con serenità: ho sempre lavorato. Ho continuato a fare il magistrato ogni giorno, con serietà e impegno. Se qualcuno ha dubbi, chieda agli avvocati di Torino e di Alessandria, con i quali mi sono confrontato quotidianamente. È a loro, come sempre, che affido il giudizio sul mio operato.

Sono orgoglioso – davvero orgoglioso – di aver portato avanti questa campagna senza insultare nessuno, con dignità e rispetto per ogni posizione, certamente anche per i colleghi sostenitori del Sì. È una cosa che ho cercato di fare sempre, e che ho sempre cercato di condividere con tutti voi, perché è una precisa indicazione del nostro Presidente e un segno di civiltà che dovremmo custodire con cura.

Oggi lascio la presidenza perché sento il bisogno, non rinviabile, di tornare alla mia famiglia. ANM ha bisogno di un Presidente a tempo pieno e la mia famiglia ha bisogno di me, e questa esigenza – semplice, fondamentale – viene prima di tutto. Non solo mia moglie e le mie figlie – magnifiche nel sostenermi – ma soprattutto chi mi ha dato la vita.

E lascio anche con la consapevolezza di aver riconquistato la stima, che avevo perduto, di una persona per me straordinariamente importante. Forse, ero qui anche per questo.

 

Rimpiangerò profondamente questo anno. È stata un’esperienza straordinaria, che mi ha dato molto più di quanto io abbia potuto dare. Ma la vita, a volte, ci impone scelte che non possiamo eludere: e io credo che la vicinanza con chi ha bisogno sia un dovere imprescindibile, prima ancora che un moto di affetto.

 

Grazie per tutto quello che abbiamo costruito insieme.

Grazie per la fiducia, per la lealtà, per la passione.

Grazie per avermi accompagnato in questo tratto di strada che non dimenticherò.

Continuerò a sostenervi, da cittadino e da collega, con la stessa convinzione di sempre.

 

 

Poco prima del finale di Butch Cassidy e Sundance Kid, Etta, legata a entrambi, si allontana da loro, e ne spiega la ragione: ”Vi amo troppo per vedervi morire”.

Ecco, se davvero lo straordinario slancio che insieme abbiamo avuto verrà meno, se l’interesse del singolo o dei singoli insieme (non fa grande differenza per me) prevarrà su quello di tutti, se le divisioni e le incomprensioni prevarranno – con grande soddisfazione di chi ci ha osteggiato – mi verrebbe da condividere lo stesso pensiero: ”Me ne vado, perché vi amo troppo per vedervi morire”.

Invece, credo in tutti voi e voglio pensare – anzi sono certo – che non sarà così. C’è un programma da scrivere, un futuro da delineare con la collaborazione di tutti. Buon futuro, dunque.